"L'arte di fare dell'arte" : una frase
che piaceva allo scultore Guido Galletti.
Il quale su quel "fare" - un verbo in
evidente sospetto di "manualità" - si soffermava con palese
compiacimento, a sottolineare la significanza e l'importanza creativa del
"mestiere", matrice artigianale, a lui ben nota, di ogni opera d'arte.
Artigianato, quindi, nel senso più nobile e non
certo in quella accezione riduttiva che la parola assunse con la scomparsa delle
gloriose Corporazioni medioevali, quando cioè cominciò a trovare spazio e legittimità quel "dilettantismo
artistico" che dell'artigianato usurpò la definizione pur restandone il
fratellastro.
Storicamente lo strappo coincide con il dopo
rivoluzione francese ed ha riflessi non certo ininfluenti sulla nuova visione
dell'universo artistico sorretta ormai da "valori puri" indipendenti
dal soggetto e quindi avulsi da condizionamenti letterari, didattici,
psicologici. Si tratta, ormai dell'impellenza di esteriorizzare la interiorità
della crisi emotiva.
Negazione, quindi, della
"rappresentazione" del mondo visibile attraversata e spesso
appesantita dai parametri di una tradizione ingombrante. E ricerca di un puro ed appagante "lirismo". Che una concezione
del genere abbia lasciato il campo libero anche ad esasperazioni e travisamenti
e talvolta a sgangherate interpretazioni fino a spingere la libertà locutiva ai
limiti del grottesco o di un soggettivismo immotivato, è un altro discorso.
Ogni capovolgimento ha il suo prezzo.
Chi come Paolo Chimeri, sia riuscito ad allinearsi
al clima artistico ( ed intellettuale) del nostro tempo in virtù di un processo
artigianale (parlo sempre di artigianato dal sangue blu) e cioè senza
condizionamenti iperculturali, dimostra che l'esperienza artistica (ed umana)
può trovare riflessi poetici anche in immagini non convenzionali né
accademiche: Dimostra inoltre come anche il "mestiere" (e qui
ritorniamo al solito concetto dell'artigianato in arte) riesca a sublimarsi e a
divenire esso stesso una componente irrinunciabile del processo artistico quando
è la "materia" a trasformarsi in modulazioni estetiche e in
concentrazioni spaziali non mutate né suggerite da soggetti tradizionali.
Da questo
punto di osservazione gli interventi di Chimeri su metalli pregiati (oro
- argento) e su metalli poveri (ferro - bronzo) trovano un certo riscontro -
proprio per la loro manualità- con le esperienze di Cerioli e di Burri: E che
tali esperienze racchiudano il "gene" della poesia è dimostrato dal
superamento coraggioso della suggestione platonica per un lirismo concettuale
suggerito dalla forma, a sua volta modellata con gli strumenti della fantasia e
della spiritualità.
La scultura di Chimeri non è facilmente
definibile: il suo estro evolutivo la sottrae infatti ad una qualsiasi
classificazione né fa intravedere altre tangenti.
Io la direi comunque "verginale" perché
la sua vocazione ha assorbito e consumato sia i confronti dialettici che i
segreti espressivi di precedenti correnti innovative, riservando al nuovo
itinerario dell'Artista una spontaneità primigenia. Indenne, come tale, da
nostalgie accademiche e da possibili estasi avveniristiche. Una scultura dunque
che ha mosso i suoi primi passi su un sentiero tracciato e percorso nel tempo
dai "fraveghi" di aristocratica memoria.
Non a caso la prima "statua" (si fa per
dire) di Chimeri si ispira a i "motivi" di un prezioso collier e
misura, in altezza, poco più di due centimetri.
Vennero poi sculture più complesse (logicamente di
ben altre dimensioni) dove l'immagine (palese o evocata) si definisce in aree
seppur rigorose contrazioni spaziali che ne delineano la dinamica formale
e la presenza volumetrica senza peraltro rinunciare a quell'avvolgimento
atmosferico che a una tale scultura sembra essere una costante irrinunciabile e
che, a sua volta, si manifesta in un susseguirsi ideali di piani e in un gioco
affascinante di luci.
Arriviamo così alle "grandi sculture" e
cioè ai monumenti di Voltri e di La Spezia. Proprio perché di monumenti si
tratta non avrebbe certo suscitato scandalo una maggiore indulgenza dell'Artista
verso una icastica contenutistica giocata sull'incontro (di ellenica memoria)
fra etica ed estetica o comunque su una sua plausibile metafora. Ma il Chimeri
ancora una volta e più che mai si sottrae ai condizionamenti formali, ai
suggerimenti della retorica. Né può considerarsi ereticale un larvato
simbolismo che l'Artista riesce comunque a capovolgere: il primo monumento,
dedicato ai caduti di tutte le guerre, ci parla della vita più che della morte
e lo fa col linguaggio sintetico, aguzzo, di una dinamica essenziale,
stilisticamente pura. L'immagine, in una sua declinazione metamorfica, ci libera
dagli incubi, recupera i ritmi esistenziali della gente di Liguria, i fermenti
magnetici di questa nostra terra avara e generosa ad un tempo.
La seconda scultura, ambientata in uno spazio ben
determinato (un istituto di credito) ancor più della prima era soggetta alle
tentazioni di una fisionomica per lo meno allusiva.
Ma ancora una volta il Chimeri esorcizza questo
rischio affidandosi alla poesia ed alla fantasia. Non si tratta di uno
stravolgimento e bensì di un capovolgimento. Il risultato è raggiunto
attraverso il "contrario" di una logica che, seppur rovesciata, anzi
proprio per questo, non rinuncia ad una immediata persuasione.
La genialità di Chimeri si esprime con una
calma-irrequietezza che è difficile, se non impossibile, definire perché non
è riconducibile ad archetipi rappresentativi. Non un ideale di armonia, non il
fascino romantico né il richiamo alla forma costruttiva o alla pura forma
organica spoglia di senso letterario. Non la negazione giacomettiana del volume.
E forse l'interesse che destano le opere
di questo Artista proviene anche da quella ambiguità così ricca di
implicazioni ch'egli si limita a proporre affinchè siano gli altri ad
interpretarle. Non dobbiamo dimenticare che lo stesso Brancusi (chiedo scusa se
varco la porta dell'empireo senza bussare!) si limitava a conferire forme
esteriori e ben definite a concetti astratti.
Possiamo forse stupirci se Chimeri fa esattamente
il contrario, affidandosi alle suggestioni latenti dei suoi enigmi?
Remo A. Borzini
Febbraio
1990